I rapporti tra Italia e India si fanno sempre più tesi a causa della questione Marò. La Corte Suprema Indiana ha prorogato al 2 aprile il divieto imposto all'ambasciatore italiano di lasciare l'India. Daniele Mancini si era fatto garante presso le autorità indiane per i due militari accusati di omicidio, permettendo loro di poter tornare in Italia per partecipare alle consultazioni elettorali. La presidente italo-indiana del partito del Congresso, Sonia Gandhi, ha dichiarato che "nessuno deve pensare di sottovalutare l'India. La questione è ancora in mano alla Corte Suprema". Il termine per il rientro in carcere dei marò è fissato per il 22 marzo, ma già l'11 marzo scorso la Farnesina ha comunicato con una nota al ministero degli Esteri indiano la decisione di non rispedire i militari in India, sottovalutando la reazione della controparte. Questo scivolone diplomatico, che nemmeno il Berlusconi dei tempi d'oro avrebbe fatto, ha innervosito gli indiani. La diplomazia italiana è passata dalla ragione, viste le infelici decisioni della Corte Suprema indiana, al torto. L'istituzione indiana avrebbe chiesto la costituzione di un "tribunale speciale" per i due Marò, fattispecie osteggiata da qualsiasi norma consuetudinaria di diritto internazionale. Anticipando l'errore indiano con un proprio errore, la Farnesina ha perso il più importante punto a favore di questa vicenda. Adesso L'Ambasciatore Mancini è di fatto un ostaggio della polizia indiana e l'Unione Europea, che non è stata mobilitata per tempo, intende tenersi a debita distanza dalla disputa italo-indiana.
Un momento poco felice per la diplomazia italiana.